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domenica 23 luglio 2017

TEN - Gothica

Frontiers
I Ten non hanno certo bisogno di presentazioni in ambito melodic metal/hard rock. Il buon Gary Huges ritorna sulle scene con i suoi compagni Dann Rosignana (guitars), Steve Grocott (guitars), John Halliwell (rhythm guitar), Derrel Treece (keyboards), Steve McKenna (bass) e Max Yates (drums). L’album in questione prende il nome di Gothica, lavoro che potremmo definire tranquillamente un'altra consueta e buona uscita a nome Ten. I brani come da copione sono ben strutturati, suonati e infarciti da facili melodie quasi zuccherose azzardiamo il termine. Genere comunque caro ai nostri amici provenienti da Manchester. Le tracce filano via tranquillamente. Pur riconoscendo comunque la classe innata della band con un vocalist d’eccezione, durante l’ascolto si viene assaliti più volte da una certa noia, dovuta probabilmente alla linea troppo morbida dei brani.

In molti casi poco incisivi e privi di quel guizzo che rese grandi i loro precedenti album, specialmente i primi due. Con questo non vogliamo di certo dire che Gothica sia un brutto album, ma un buon album fatto da artisti con tanta esperienza alle spalle e che difficilmente rilasciano album di scarsa qualità. Il fatto che in parte penalizza questo disco è che risulta troppo classico nel senso più largo del termine. Di tracce apprezzabili ce ne sono comunque, come ad esempio The Wild King Of Winter, dove i Ten finalmente alzano un pò il ritmo e anche il groove, che poi è quello a cui ci hanno sempre abituato. Stesso discorso per La Luna Dra-cu-la. Per il resto alternano brani con tempi più o meno lenti a classiche ballad. Nulla da far gridare al miracolo, solo un buon album di melodic rock. 

Voto: 6/10

Sandro Lo Castro

ELEGY OF MADNESS - New Era

WormHoleDeath
Gli Elegy Of Madness sono stati fondati nel 2006 dal chitarrista Tony Tomasicchio. A distanza di ben undici anni ci troviamo davanti il loro terzo e grandioso album dal titolo emblematico New Era. Grandioso perché effettivamente ha tutte le carte i regola per fare come si dice in gergo il classico botto. Si dice che il terzo album sia la conferma o discordia per una band. Qui possiamo confermare tranquillamente la maturità di una band che ha saputo nel tempo ritagliarsi un ottimo spazio nella scena metal europea. Non hanno nulla da invidiare a tutte quelle blasonate band estere in ambito sinfonico e progressivo. Se già il precedente Brave Dreams ha entusiasmato fan e addetti ai lavori, questo terzo disco rischia addirittura di superare i consensi ottenuti precedentemente. I brani brillano ognuno di luce propria, a partire dalla stupenda Apokalipsis, dove i nostri mettono in evidenza di già quella maturità che li rende unici nel loro modo di concepire la musica. Oltre chitarre pesanti con un suono cristallino ma molto metal, possiamo ammirare la splendida voce della cantante Anja Irullo. Voce potente, alta, sinfonica e ammaliante.

E la nostra cara singer ci sorprende ancora nella seconda e successiva canzone Answer, con un tono di voce diverso dal primo, un controllo davvero da manuale. La band la segue tessendo un tappeto sonoro con delle soavi melodie, senza dimenticare cosa significhi dare oltre a questo anche un impronta decisamente metal con tanto di chitarre compresse e una linea di basso da far invidia ai migliori Nightwish. In Fairytale invece la fanno da padrone le orchestrazioni, che rendono un pizzico più docili i suoni delle chitarre, mentre la batteria sempre precisa al servizio di una ritmica che non abbassa mai il tono, sempre presente e possente. In Lunacy, quarta traccia, ci troviamo difronte un inizio quasi black metal, poi il brano sterza verso il loro consueto symphonic metal, con a seguito ancora delle magnifiche orchestrazioni. Tutti i brani sono su un livello altissimo in termini di qualità e tecnica, ne abbiamo nominato giusto qualcuno per dare un piccolo esempio di quello che si potrà avere ascoltandolo per intero. Una menzione va fatta anche alla loro grande etichetta, la WormHoleDeath che li segue e supporta davvero alla grande. Grande anche l’artwork che rispecchia alla perfezione ciò che si trova dentro questo nuovo e grande lavoro targato Elegy Of Madness. 

Voto: 9/10

Sandro Lo Castro

E.VIL N.EVER D.IES - Ekpyrosis

Via Nocturna
Questa band che risponde al nome di Evil Never Dies, nasce nel lontano 1990, in una delle città più belle non d’Italia ma del mondo probabilmente e ci stiamo riferendo a Napoli. Segnato un accordo con la label polacca Via Nocturna, danno alle stampe un buon lavoro di thrash metal , robusto, granitico e senza compromessi. Questo disco si rivela una gradita sorpresa in quanto ha un suono particolarmente retrò , ma suona anche dannatamente fresco. Complice sicuramente le varie esperienze che hanno acquisito i nostri durante più di venti anni di militanza nella scena metal. Le influenze che si possono scorgere in questo lavoro sono diverse, andando per i Sepultura, passando per i primi Kreator e un pizzico dei nostri Necrodeath sempre prima era, quelli che vengono subito in mente ad un primo ascolto. Il fatto positivo di questo nuovo Epkyrosis rimane comunque una certa personalità di fondo che fa apprezzare ancora più questo disco.

Pregevole tecnica strumentale accompagnata da una sana follia nel proporre brani come Land With No Future, che si candida ad essere la migliore tra gli otto presenti. Vi è da segnalare comunque che le tracce sono ben distribuite tra parti al fulmicotone e rallentamenti degni del genere. Concessione alla melodia pari a zero. Oltre al brano citato sopra da segnalare anche Epitaphs che tanto ricorda la storica band genovese poco prima nominata. It’s Alive è un pugno in piena faccia, veloce potente e graffiante. Ottima prova anche dal punto di vista vocale ad opera di Domecost, autentico frontman di razza. Si sente che ci sanno fare e anche bene. Una menzione a parte va fatta per l’ultimo brano che prende il titolo proprio di Ekpyrosis, traccia sperimentale , se così possiamo definirla, il risultato è comunque esaltante, mischiando dei generi apparentemente distanti tra loro, ma qui riuniti alla grande, donando un senso quasi di soffocamento tecno. Lavoro da tenere sotto stretto controllo. Band da seguire attentamente, sotto ogni punto di vista. 

Voto: 7,5/10

Sandro Lo Castro

CELLAR DARLING - This Is The Sound

Nuclear Blast
I Cellar Darling nascono nel 2016, da alcuni exmembri degli svizzeri Eluveitie. In questa nuovissima band troviamo quindi:Anna Murphy, Ivo Henzi e Merlin Sutter come nucleo centrale. In parte con questo debut This Is The Sound, prendono le distanze dalla loro precedente band. E lo fanno anche abbastanza bene, essendo anche loro dei musicisti navigati e con una certa esperienza ormai alle spalle. Il genere proposto è una sorta di folk mischiato a new wave e rock alternativo. Forse non saranno ancora perfettamente allineati su che strada prendere, però hanno gettato, con questo disco, una solida base su cui costruire forse un roseo futuro. Complice anche un etichetta come la Nuclear Blast che li supporta a dovere. Il primo brano Avalanche è un pochino anomimo, finito non rimane nulla in mente, anche se risulta piacevole all’ascolto. La successiva Black Moon convince invece in pieno.

Ottimi suoni, melodie. Un connubio tra metal e una sorta di cantato quasi pop, alternativo. Mentre Challenge si fa notare per i suoi innesti folk qua e la. Generalmente i brani a parte la prima sono piuttosto piacevoli. Basta sentire The Heremit, con il suo groove davvero d’effetto. Il cantato sempre calmo e tranquillo anche quando sale di tono. I musicisti svolgono con perizia ogni brano, mostrando una notevole preparazione tecnica, che tra l’altro era già conosciuta per via del loro recente passato. Uno dei brani più riusciti dell’intero lavoro è sicuramente Fire, Wind And Earth, traccia sentita e a tratti toccante anche se permeata da ritmi in parte sostenuti. La cosa certa è che questo loro debuto discografico gli farà fare tanta strada, le premesse ci sono tutte anche se non possiamo dire che sia un capolavoro. In tanti si avvicineranno a questa nuova realtà musicale. Ottimo inizio. 

Voto: 6,5/10

Sandro Lo Castro

DYING FETUS - Wrong One To Fuck With

Relapse
Sono trascorsi ben cinque anni per dall’ultima fatica discografica degli americani Dying Fetus. Dal 1996, anno di pubblicazione del loro debut Purification Through Violence, questi americani sono fautori di un certo tipo di death metal tecnico, di stampo prettamente brutal. Ogni album ha sempre segnato un netto miglioramento sotto svariati punti di vista, come ad esempio la produzione, registrazione e soprattutto tecnica strumentale. Il genere rimane invariato ovviamente, ascoltando questo nuovo Wrong One To Fuck With si può notare come i nostri cari death metallers non si sono mossi di una sola virgola, segno che amano quello che fanno, anche perché tra l’altro lo fanno decisamente bene. Riprendendo il discorso sopra, anche in questo caso si ha un netto salto di qualità in seno alla produzione e registrazione, in cui possiamo sentire alla perfezione ogni singolo strumento suonare nel modo più tecnico e brutale possibile, con una nitidezza davvero eccelsa. Oramai John Gallangher e soci hanno pieno controllo dei proprio strumenti, sapendo che possono dominarli a proprio piacimento.

Ogni singolo brano è un inno alla pura e brutale aggressione sonora. Brani come l’iniziale Fixated on Devastation, mettono subito in chiaro che non lasceranno scampo. Volgia di distruzione con la successiva Panic Amongst The Herd, ricca di riff trita-ossa, miscelando sapientemente velocità e mid-tempo con tanto di stop and go. Inutile stare qui a descrivere le loro influenze, nel tempo si sono perfettamente formati talmente bene che è possibile riconoscerli tra le tante death metal band, anche se loro stessi non dimenticano di certo chi li ha influenzati, divenendo tra l’altro un buon punto di riferimento per le giovani leve che amano cimentarsi in un genere non certamente mainstream. I brani comunque corrono via che è un piacere e anche se non ci sono grossi mutamenti, qui spesso non vengono neanche richiesti, possiamo affermare che l’attesa di cinque anni non è stata vana. Chi si nutre di marcio death metal, qui troverà quello di cui ha bisogno, oltre a ossa frantumate e sangue a volontà. 

Voto: 7,5/10

Sandro Lo Castro

COLONY OPEN AIR - Report 22/07/2017

Festival metal partito con le migliori intenzioni, ma collassato su sè stesso per inettitudine organizzativa e grossi errori, che vedremo dopo, ma andiamo con calma. Il cosidetto Palabrescia, è una struttura immersa nel verde, bella, ma più adatta a eventi polisportivi o spettacoli teatrali o pop; difatti la mattina si parte con lo scorno nell’apprendere che alle 23.00 di venerdì (chissà come mai) l’evento che doveva vertere su due palchi, ne ospiterà uno soltanto e soprattutto non esiste nessun evento open air! Si avete capito bene, tutto quello che era prospettato sulla famosa piantina del sito, era quantomeno “creativo”; perché l’evento si è svolto all’interno di una struttura al chiuso; un teatro provvisto di poltroncine la quale maggior attrattiva sono comici televisivi e spettacoli di musica pop musical…e siamo solo all’inizio! Iniziamo a entrare dopo ben 35 minuti d’attesa sotto il sole e prendo contatto con la struttura dotata di un tendone ristorane che al momento stavano allestendo le casse per il servizio ristorazione e beveraggio, ci potrebbe stare, ma quantomeno dato che ho girato eventi europei, questi particolari li noto, perché lì sarebbe stato tutto pronto, ma si può soprassedere, i prezzi vertono da 4 euro per una bibita, ai 5 per una media artigianale e 1 euro per l’acqua in aggiunta alla cauzione di due euro per il bicchiere griffato del festival, tutto sommato un prezzo che ci potrebbe stare. Quello che fa arrabbiare viene dopo, si entra a quasi l’una pomeridiana, e dopo aver mangiato non si può portare birra all’interno del teatro ove si svolgerà l’evento senza nessuna spiegazione, c’è un cartello all’esterno delle porte di sicurezza che vieta l’entrata di alcolici, motivo? Non si sa… Cominciamo a dire che i gruppi nostrano chiamati a aprire l’evento, Skanners e In.si.dia, hanno messo l’anima nonostante un setlist ridotto e la poca presenza di pubblico, spiace dirlo ma è così, perché il grosso verrà al pomeriggio e non riempirà la struttura a causa anche della temperatura interna troppo soffocante; i suoni sono impastati, troppo riverbero che impedisce di sentire con chiarezza gli strumenti; questo problema sarà purtroppo presente per quasi tutte le formazioni escluse le principali. I britannici Hell, sono un gruppo heavy compatto, potente e teatrale, il singer David Bower è un istrione, che nel poco momento riservato, ha condotto la band incitando il pubblico, prestazione vocale di alto livello e band potente, canzoni enfatiche e teatrali che nonostante il caldo interno ha avuto una buona prestazione. Gli olandesi Asphyx si sono dimostrati una macchina da guerra death metal, potente e furiosa che ha fatto felici tutti, Martin Van Drunen si è dimostrato persona affabile, spiritosa e cortese, dialogando con il pubblico, e i nostri hanno annichilito lo stage, bella prova. Esco e mi perdo i Loudness perché non ci si riesce a stare all’interno e cerco sollievo all’interno del tendone ristorante ma anche lì si soffre, perché fa un caldo infernale; gli Exciter è una band favolosa, grande presenza scenica, i canadesi sono un muro di suono, scaletta incentrata sui primi dischi, l’annuncio delle scatenatissime “Heavy metal maniac” e “Violence and force” ha scatenato un ovazione del pubblico, thrash metal di alta caratura. I Death Angel hanno ricevuto il trattamento peggiore; perché i nostri, si sono confermati la macchina da guerra thrash metal, incentrando la risicata scaletta su “The evil divide”, si stava carburando bene perché c’era alchimia tra i nostri e il pubblico, quando la scaletta viene tagliata vergognosamente e improvvisamente di due brani facendo arrabbiare non solo gli astanti, ma soprattutto scatenando la reazione stizzita dei musicisti, questo per un limite organizzativo perché si perde troppo tempo con il cambio palco e minerà il clima ancora di più e le prestazioni a venire. Gli americani Demolition Hammer si sono dimostrati un carro armato, furia death metal, compatto, che non fa prigionieri, non li avevo mai visti, ma l’affetto del pubblico venuti a sentirli si sente, e i nostri ripagano con una prestazione maiuscola nonostante i suoni e la fornace tremenda all’interno. La seconda calata dei thrashers californiani Sacred Reich è di fuoco; un proiettile, thrash metal serrata che tra grandi classici come “Indipendent”, ”The american way”,”Ignorance”,la cover di “War pigs” dei Sabbath e una scatenata “Surf Nicaragua” che ha scatenato il pogo ha ripagato la resistenza; Phil Rind e compagnia si è dimostrata persona simpaticissima, ironica, dialoga volentieri col pubblico “provocandoli” giocosamente e, sorpresa; suoni nitidissimi e potenti, chiari. Esco perché non ce la faccio più e salto a piè pari i Wintersun,e ci si prepara per l’headliner ovvero i Kreator, unico gruppo che avrà il setlist completo. I nostri sono la solito panzer compatto, il batterista “Ventor” e una macchina ,le chitarre di Sami Yli-sirnio e di Mille Petrozza vanno come il vento e il basso di “Speesy” è potente tra brani tratti da “Enemy of god”,”Phantom anticrist”;la sempiterne “People of the lie” e “Phobia” e i brani del nuovo disco “Gods of violence” vengono intervallati dal buon Mille che dialoga col pubblico mostrando la sua contentezza di trovarsi nella sua seconda patria e provocando gli astanti e scatenando il pogo, chiusura come sempre dovuta ad una terremotante “Pleasure to kill”, ottimi su tutta la linea. Concludendo, un festival che mostra due facce: la prima, la prestazione maiuscola delle band in questa giornata che nonostante tutto, hanno dimostrato professionalità, cordialità e voglia di portare grande musica dura a chi è venuto a vederli; l’altro aspetto purtroppo, oltre le mancanze che hanno incolpevolmente compromesso il festival, una votazione negativa va all’organizzazione che purtroppo ha dato prova di poca qualità nei servizi e chiarezza organizzativa comprese alcune scelte assurde e opinabili, un plauso va alla sicurezza, persone gentilissime, cordiali e che nonostante il solleone hanno dato prova di grande efficienza e professionalità, un festival con poche luci e molte ombre. 

Matteo ”Thrasher80” Mapelli

HELLIGATORS - Back To Life 7'' EP

Sliptrick
Gradito ritorno discografico degli Helligators, che con la loro trucida e potente miscela di Hard & Heavy venato di Blues e Southern Rock, sono attualmente una delle principali potenze di assalto frontale musicale della scena metal capitolina. Dopo averci ben abituati con i loro primi due albums, l'esordio autoprodotto "Against All Odds" e il secondo "Road Roller Machine" per Sliptrick Records, i nostri ci propinano, in attesa di un prossimo album, questa succosa release in formato sette pollici. Le due canzoni (una per lato) dell'EP "Back To Life" mostrano ancora una volta quanto sia viscerale e d'impatto la loro proposta musicale, sempre accompagnata da una perizia strumentale ed una produzione in studio eccelse. "Born Again" è feroce e con una ritmica speed serrata veramente da guerra, ed è stata scelta per il nuovo videoclip presente da un po' su YouTube. Ma non da meno è la particolarissima "Servant No More" basata su un ritmo boogie ballabile ma... non meno pesante, con un bell'inizio caratterizzato da quello che pare un banjo o una chitarra dobro, sulla base del quale poi via via si elettrifica l'atmosfera del brano con l'aggiunta di sezione ritmica e chitarre elettriche.

Originale come idea. Da rimarcare la perizia strumentale dei due chitarristi Kamo ed El Santo nonché l'apprezzabile voce catarrosa ed energica di The Dude... ma tutta la band è a livelli davvero più che apprezzabili. La particolarità di questa release è che ne esiste, pensate, una versione su audiocassetta, con l'aggiunta di una buonissima cover di "Nice Boys" dei Rose Tattoo. Io vi consiglierei di comperare entrambe, come io ho fatto, innanzitutto perché il sette pollici è a tiratura limitata numerata, e poi perché la cassetta è... la cassetta. Nonostante la confezione professionale ben fatta, voi metallari attempati ricordate il fascino dei vecchi demotapes, non è vero? Il voto massimo è per qualità del materiale contenuto unita alla scelta originalissima del doppio supporto fonografico; due/tre canzoni sappiamo essere poco rispetto ad un album, ma qui va visto il tutto come uscita su singolo, e vediamo che, con un occhio ai collezionisti (soprattutto di vinile), gli Helligators si sono saputi promuovere bene. Destinato ai VERI metallari! 

Voto: 10/10

Alessio Secondini Morelli

BEASTMAKER - Inside The Skull

Rise Above
Nuova formazione californiana scoperta dalla Rise Above Records di Lee Dorrian dei Cathedral. E vi lascio indovinare di che proposta musicale si tratta. Trattasi ovviamente di classico Doom Metal, con vocals profondamente influenzate da Ozzy e Bobby Liebling, riffs sabbathiani cadenzati e tanto tanto amore per le sonorità affini ai 'Sabs' come ai più classici Pentagram e Saint Vitus. Ma il bello è la vena psichedelica della loro proposta musicale, rimarcata e visibile anche in senso iconografico, con il loro logo 'old-fashioned' bello sanguinolento da titolo di locandina di B-Movies della Hammer, e delle belle immagini di copertina... sempre Simil-Hammer. Esistono oggi molte bands adepte al verbo del Doom Metal classico, che anche se parecchio "tenebroso" e "cimiteriale", è da molti estimatori spesso considerato più accessibile e meno ostico di altri generi di estremismo sonoro come il Grind e il Death Metal. Basti pensare a bands riconosciute a livello internazionale come Orchid, Kadavar, Brutus... Beh, i Beastmaker sono sullo stesso buon livello, ma hanno dalla loro anche una discreta dose di spirito di sintesi. Difatti, anche se tutti i piacevoli elementi del Doom settantiano sono presenti nella loro musica, la durata dei loro brani non va oltre i 5 minuti scarsi, per un dischettino che... MIRACOLO... non è eccessivamente né inutilmente prolisso, durando in tutto una quarantina di minuti scarsi.

Sarà considerata questa una blasfemia nel mondo del Doom Metal? Boh... piuttosto, se si vuol parlare un po' dei pregi di questo secondo loro album, si può innanzitutto iniziare con un ottimo gusto melodico mostrato dal chitarrista, mostrato ad esempio nella parte solista di "Now Howls The Beast", o delle sporadiche ma belle parti di chitarra effettata che danno l'atmosfera psichedelica di cui parlavo prima... oppure si può parlare di quello che è il riff più terremotante ed assassino di tutto il pur valido album, quella "Of God's Creation" che pare ricalcare da molto vicino la biblica "All Your Sins" dei Pentagram. Comunque, si può dire che per ora non ho tracce preferite perché pare tutto un bel disco, avendo ogni canzone le sue carinissime particolarità, e si può terminare con il rimarcare una produzione perfetta che più non si può, pur apparendo sufficientemente sanguigna e viscerale (e quindi mooolto settantiana). Insomma, nonostante sia basato sugli schemi sabbathiani triti e ritriti che tutti i dooomsters conoscono bene, un disco davvero buono, di cui caldeggio l'acquisto e non solo ai Doom fans e/o ai Sabbath fans... ma un po' a tutti, assieme anche al loro esordio discografico "Lusus Naturae" dell'anno scorso. Nella mia umile opinione, se siete eccessivamente ostici al Doom, questo dischetto potrebbe anche farvi cambiare idea, per quanto è piacevole all'ascolto. Sono sicuro che non resisterete neppure ad un riascolto continuo fino alla consumazione totale... dovendolo poi ricomprare. 

Voto: 9/10

Alessio Secondini Morelli

ELA - Second Reality

Massacre
Quarto album solista di ELA, cantante tedesca precedentemente in forza anche in un paio di formazioni teutoniche che rispondono al nome di Com' N Rail e EBC Roxx. Le coordinate musicali su cui si muove la singer in questione sono comprese tra il Power Metal e il Melodic Hard Rock. L'immagine di copertina, illustrazione "serpentosa" simile alle migliori cover dei dischi della grande DORO, non lascia dubbi che il disco sia incentrato sulla cantante e sulle sue (presunte) doti vocali. E qui casca l'asino. Purtroppo il materiale che compone questo "Second Reality" non è pienamente convincente. Mi spiego: spesso e volentieri la produzione manca di mordente e di carattere, e ad esempio la batteria è appiattita in modo da somigliare a dei beat elettronici basilari.

Anche le composizioni non paiono rodate a dovere, e spesso ci troviamo a sentir brani basati sulle ripetizioni dei refrain, che non essendo proprio al massimo del feeling, e sapendo di già sentito, assieme a dei riffs piuttosto stereotipati, non riescono a far decollare molti brani. Neppure la performance vocale di ELA pare realmente affinata in modo perfetto. Voglio dire, la singer preferisce un'espressività aggressiva, diretta e senza fronzoli, ma anche qui ci sarebbe comunque da studiare ed affinare le sue capacità, le quali appaiono ancora piuttosto acerbe, fin dalla prima song "Alchemy" il cui acuto finale è, francamente... da non ripetere! Qua è là ci sono anche delle idee interessanti... "Deadly Sins" e "Psycho Path" arrivano perlomeno alla sufficienza... ma è troppo poco per far gridare realmente al miracolo. Il disco non riesce da solo ad essere realmente interessante, e pur non essendo davvero scarso, non arriva neppure alla sufficienza. Suggerirei alla band (e alla singer soprattutto) di rodare il materiale in maniera più dettagliata, e soprattutto di rendere più espressive e meno forzate le vocals. Rimandati a settembre. 

Voto: 5/10

Alessio Secondini Morelli

ENTRAILS - World Inferno

Metal Blade
Svedesi, logo identico a quello classico dei connazionali Entombed, secondo voi cosa possono suonare? Esatto! Death Metal di stampo Stockholm-style prima maniera. Il fatto è che questo loro quinto album non mi pare di certo avere il carisma dei loro illustri connazionali. Mi spiace dirlo, ma nonostante una preparazione tecnica dignitosa, qui pare tutto uno scimmiottare il gruppo più famoso, senza dare granché di proprio. Anche il famoso suono delle chitarre a grattugia, creato da Thomas Skogsberg al Sunlight Studio, viene qui riproposto tale e quale. Mi dispiace affibbiare, almeno una volta in vita mia, la stroncatura. Ho sempre pensato che ogni album che viene pubblicato abbia un suo perché, ho sempre analizzato ogni particolare dei dischi che mi hanno dato da recensire, ma vi giuro che qui mi sfugge qualcosa.

Trovo che addirittura certe intro pompose siano addirittura prese a forza da "Left Hand Path" o "Clandestine" senza praticamente alcuna variazione. Qualcuno mi illumini, perché ancora non ho capito dove vogliono andare a parare. Oltretutto in dischi del genere di solito ci sono delle variazioni di ritmo, ma qui pare ci sia sempre lo stesso monotono ritmo. Immagino che chi ascolta Death Metal, soprattutto di derivazione scandinava, dalla mattina alla sera, possa trovare almeno un po' interessante questo disco, ma... sono dubbioso anche su questo. Ciò nonostante, sono al loro quinto album, e allora... tanto di cappello. Ma di certo, lo dico anche ai fans del Death più oltranzista, non aspettatevi di trovare qualcosa di davvero EPOCALE da aggiungere alla vostra collezione. I Broken Hope, da me recensiti poco fa, sono di sicuro una genialità rispetto a questo disco qui. 

Voto: 3/10

Alessio Secondini Morelli