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martedì 25 aprile 2017

PAOLO SIANI (feat. NUOVA IDEA) - Faces with No Traces

Black Widow
Multiforme, Multistile, Polistrumentista, in un’epoca di riscoperta per i grandi lavori del rock del passato nel panorama musicale ci viene offerto un album davvero eccellente, una perla senza eguali per gli amanti della sperimentazione ma non solo anche per coloro che nostalgicamente pensano agli anni ’70. Un lavoro di tale portata poteva essere frutto solo della mente di un grande esteta della musica come Paolo Siani. Questo musicista è anche fondatore di una band progressista “Nuova Idea”che anche se per poco tempo ha prodotto musica di qualità; dopo essersi sciolti questi prodi talenti hanno regalato la loro esperienza a vari artisti come Ornella Vanoni, Equipe 84 e su tutti il magnifico Fabrizio De Andre’. Nel 2012 Siani riparte con l’intento di riunire la band ma da esterno per sottolineare il fulcro del nuovo genio creativo, e ora ci regalano con una linea-up di ben 12 musicisti un vero gioiello della musica dedita ai palati fini “Faces with No Traces”. Siani riunisce la band e altri amici esterni con un lavoro che facilmente è riconducibile alla produzione rock progressive anni 70 ma guarda al futuro, donandoci sfumature eccellenti di psichedelia e facilmente riscontrabili sono le tracce di mostri sacri del rock, come i Deep Purple, i Led ma soprattutto i Pink Floyd. Recensire un tale lavoro dona grande piacere tanto da non tralasciare nessun pezzo del platter. Questa storia magica parte dall’”Intro “ dove un meraviglioso Duduk, uno strumento tradizionale armeno ci dona una magnifica melodia di Gevorg Dabaghyan, non essere suggestionati da questa esecuzione appare impossibile, si aprono scenari live davvero interessanti. A seguito dell’intro abbiamo Paul Gordon Manners che canta e suona in “No One’s Born a Hero”un viaggio di un semplice contadino che riesce a sconfiggere un gigante grazie alla sua potente spada magica, solo nella seconda parte possiamo apprezzare la performance vocale. Arriva la prima traccia elettrica “Welcome Aboard” tema centrale il viaggio, la fantastica emozione che solo la scoperta di nuovi mondi ci può donare, a bordo della scintillante nave; basterebbe il tema a far salire i brividi ma vogliono far di più regalandoci un’esecuzione strumentale eccelsa, le chitarre di Paolo Vacchelli e Marco Abamo, l’organo Farfisa di Paolo Tognazzi il basso di Roberto Tiranti e la meravigliosa voce di Paolo Siani. Ci colpisce in seguito il crescendo di “Black Angel’s Claw”, dove Siani ci delizia suonando tutti gli strumenti ad eccezione del basso dove Guglielmo Guglielminetti si pone in primo piano; si narra della cattiveria della gente e l’incapacità di donarle il perdono, fortissimi elementi autobiografici sullo sfondo di una psicadelia a tratti orientaleggiante. Altro tema caro al lavoro è la libertà che si esprime appieno in “Free the Borders”, è un invito ai dittatori a lasciar liberi tutti quei giovano che perdono la vita in guerra per la volontà di potere di pochi uomini che dominano. Chitarre elettriche e acustiche accompagnati da un coro composto da 40 elementi di nome “Nuove Armonia” con le voci di Paolo Siani e Paul Gordon Manners ci deliziano nel vero senso della parola, importante è la partecipazione al basso di Marrale, ex Mattia Bazar.

Arriva tutta la carica di un pezzo Hard Rock “Rockstar”basato sulle chitarre di Ricky Belloni e l’organo di Paolo Tognazzi, protagonista è una rockstar che fa il sogno ricorrente di allontanare le donne a causa dell’alito cattivo. Un capitolo tutto suo merita la cover “Post War Saturday Echo” dei Quatermass, storica band progressive inglese con la riuscita aggiunta dell’effetto blues, adorabile a mio parere e registrata dal vivo con la batteria di Siani, Marco Zoccheddu al piano e Giorgio Usai all’Hammond; si descrive il vuoto generato dalla vita frenetica nelle grandi metropoli. Ritorna l’elemento autobiografico in “Three Things”, con la riflessione che giunge per tutti gli uomini maturi, una sorta di bilancio delle propria esistenza, conta ciò che si è amato, tutto ciò che in modo gentile è stato sperimentato e tutte quelle parti lasciate per la strada perché poche importanti. Da sottolineare la formidabile esecuzione al violoncello di Eva Feudoi Shoo, questo brano è presente anche in versione videoclip. Il brano che amo di più resta l’ultimo “Eriù”, una vera e propria dichiarazione d’amore alla musica celtica e soprattutto all’Irlanda, il ritmo lento della parte iniziale lascia spazio al crescendo della seconda parte che ci dona una danza orecchiabile, in primo piano la fisarmonica di Marco Zoccheddu. Si chiude il lavoro con il bonus track, ossia un remix di “Black Angel ‘s Claw”, una sonorità davvero mozzafiato masterizzata nella Mastering Room 5 degli Abbey Road Studios. Aggiungere un qualunque commento appare riduttivo per un lavoro di tale portata, non si può che godere di queste rarissime produzioni di qualità che ci rendono orgogliosi e ci proiettano nella speranza di deliziarci con altre produzioni future. Grandissimi musicisti, brani eccezionali, testi superiori. Chapeu! 

Voto: 9,5/10

Angelica Grippa

lunedì 24 aprile 2017

STEEL PANTHER - Lower The Bar

Kobalt
I re degli ignoranti sono tornati, più irriverenti, maleducati, turpiloquianti e maledettamente in forma che mai. E lo fanno con un nuovo album che, se da un lato non aggiunge praticamente nulla in termini stilistici a quanto già mostrato in passato dai 5 dissacranti profeti dell'hair metal made in Cali, dall'altro conferma che la band è in grado di esprimersi su livelli sempre elevatissimi, sia dal punto di vista dell'esecuzione tecnica che della cura del suono, in particolare quello delle 6 corde che, ancora una volta, giocano la parte del leone in un platter che gode di una delle produzioni migliori mai ascoltate nel genere. Raccontare questo “Lower The Bar” è come riprendere il filo di un discorso mai interrotto, fatto di volgarità, doppi sensi, ironia a tratti sessista nell'ambito di liriche che per qualcuno potrebbero apparire perfino fastidiose, ma anche di indubbie capacità di rinverdire i fasti di uno stile musicale che, di per sé, non avrebbe più ragione di esistere se non grazie a questi simpatici zotici che, scimmiottando il sound che ha fatto da padrone in gran parte degli anni 80, utilizzano l'arma dell'ironia per mettere in bella mostra i propri punti di forza in ambito musicale.

Ascoltando brani come l'opener “Goin' in the backdoor “ o il singolo di lancio “Poontang Boomerang” non si può rimanere impassibili, ma ci si lascia travolgere dal micidiale abbinamento tra un sound collaudatissimo e, per quanto legato a stilemi non più in voga, sempre efficace, e la divertente volgarità dei testi. Il risultato assicurato dei 40 minuti di ascolto è il divertimento senza troppi pensieri, con la dovuta precisazione che ci troviamo di fronte a qualcosa di certamente molto simile a quanto già proposto dal combo californiano nei precedenti lavori, ma tant'è, non si poteva pretendere che evolvessero da un punto di vista stilistico, in quanto avrebbero dovuto snaturare la loro attitudine che, per dirla tutta, in fondo ci aggrada così com'è. Vedremo cosa sapranno proporre in futuro, ma per ora godiamoceli così, ignoranti, irriverenti e simpaticissimi come pochi altri. 

Voto: 7/10

Francesco Lattes

AZARATH - In Extremis

Agonia
“In extremis” è il titolo del ritorno dopo l’album del 2011 “ Blasphemer malediction”,i nostri sono degli alfieri del death/black metal in ambito tecnico e si sente! Questo è il loro sesto sigillo ,ed è manna per chi è amante di sonorità tecniche bilanciate a melodie malvage e grande conoscenza dei propri mezzi; non è tecnica fine a se stessa, ma è al servizio della qualità del disco che è alta, non per nulla dietro le pelli siede un colosso del genere che risponde a Inferno(Behemoth);la band parte lancia in resta con “The triumph of ascending majesty” ed è un tripudio di blast beats al fulmicotone, chitarre ossessive e un vocione gorgogliante odio anticristiano, la produzione risalta tutti gli strumenti, in modo che il fuoco di fila non faccia prigionieri, segue” Let my blood become his flesh”,davvero un ottimo brano, sorretto da chitarre nervose, riff malvagi e ossessivi i colpi di doppia cassa ben assestati.

Ma non è tutto ,perché la band oltre ad attaccare senza pietà sa anche rallentare i ritmi facendosi mortifera, i riffing tritaossa sono scanditi da un drumming marziale e schiacciasassi, c’è varietà e l’impeto proposto dai nostri non mollano mai la presa; sembrano una legione compatta di demoni pronti a non fare prigionieri, cesella il tutto in questo viaggio demoniaco la superba “Death” che è un maelstrom incontrollato di furia tecnica, una goduria sul quale aleggia in maniera mortifera lo spettro della band madre del buon Inferno. Che dire se non eccellente? Cosa volere di più da un disco estremo, suonato come si deve, senza fronzoli, ma con tanta carica, e prodotto in modo superbo? la copertina anch’essa rende bene l’immaginario dei nostri, un fiume di sangue e cadaveri, si apre verso una foresta che conduce verso il dolore e la maledizione eterna; un disco che si candida sicuramente a essere uno dei migliori album in ambito estremo. 

Voto: 9/10  

Matteo ”Thrasher 80” Mapelli

DARKRAM - Stone And Death

My Kingdom Music
Darkram è il nome d’arte in ambito ambient black metal del jazzista Ramon Moro, che ha voluto sperimentare oltre il suo genere di riferimento in questo ambito musicale; plauso per l’apertura mentale dell’artista, perché sperimentazioni del genere non ne nascono tutti i giorni, uno dei pochi essersi avvicinato al metal in ambito jazz è stato il grande John Zorn. Ne vale veramente la candela? la risposta è si ,ma con una postilla, perché è consigliato soprattutto alle persone aperte mentalmente senza paraocchi, qui del black metal canonico non ve n’è traccia; il genere malvagio e estremo viene sublimato da una tempesta elettronica di effetti dissonanti, rendendo straniante, inquietante questo viaggio sonoro retto da echi, riverberi elettronici applicati agli strumenti usati dall’artista: la tromba e il filicorno.

I brani sono suddivisi in nove capitoli, perché il disco è un concept riflessivo a livello filosofico di morte e rinascita dopo un’apocalisse. Se dovessero produrre un “Alien” del terzo millennio, questo ne sarebbe la colonna sonora”; a volte mi sembra di sentire atmosfere krautrock a la Popol vuh come nel brano “male rode”, nel lungo brano “Conflict” si sente un influsso di elettronica ambient straniante, fino alla conclusiva “ Inner essence”. Il disco è bellissimo nella sua voglia di spingere i confini usando strumenti inusuali ,ma è questo che rende l’artista eclettico e ricco, ovvero andare oltre gli steccati per imprimere un viaggio sonoro dove lo spirito si fonde con la musica ,quindi per chi avesse fame di sonorità “oltre” e di assoluta qualità; questo è il disco che fa per loro, e per me! 

Voto: 8,5/10 

Matteo ”Thrasher 80” Mapelli

sabato 22 aprile 2017

DEEP PURPLE - Infinite

earMusic
Infinito, o sarebbe meglio dire infinita ,perché la classe di questi saggi, queste colonne dell’hard rock britannico, hanno una classe infinita; nonostante l’età avanzata questi leoni sanno ancora ruggire e confezionare un disco di alta qualità e maestria, anche se i periodi di “In rock” e “Machine head” sono andati, il carisma della formazione britannica rimane inalterato. Già dall’opener “Time for bedlam” i nostri sono in palla; questo è il singolo e titolo dell’ep che ha fatto da apripista al ritorno dei nostri ed è un pezzo carico di blues, con la batteria e il basso della premiata ditta Paice/Glover vanno di pari passo in questo mid tempo e l’organo hammond del buon Don Airey punteggia il brano, mentre la voce di Ian Gillan è carica di fascino; la zampata la si ha con “All i got is you” una carica hard da manuale, con la band in formissima; duelli tra il buon Airey e l’axeman Steve Morse, e ti sembra che i due si stiano divertendo a “punzecchiarsi”.

E che dire della bluesy e sensuale “One night in vegas” ? il buon Gillan mette in campo tutto il carisma e anima nella voce. ”The surpising” è un brano lento, notturno, venato di soul; mentre il suo contraltare si può definire l’arrembante hard “Johnny’s band”, un brano hard di classe con venature blues da parte di questi ragazzacci del rock, una vera chicca che fa battere cuore e anima; ma il colpo lo danno con la cover del pezzo sempiterno del rock, ovvero “Roadhouse blues” dei Doors; un pezzo carico di feeling animalesco, che i nostri interpretano magistralmente. Difficile non essere conquistati da questa ciurma di veterani, cosa chiedere di più a chi ha scritto pagine importanti e marchiato a fuoco la storia della musica dura, se non di portarci con loro verso l’infinito? davvero, grazie grandi Deep Purple! 

Voto:8,5/10

Matteo “Thrasher80” Mapelli

WARBRINGER - Woe to the Vanquished

Napalm
Qual è il gruppo thrash metal che può insidiare il trono dove si siedono i cosiddetti big four??; eccolo, i Warbringer! Perché i nostri sono quanto di meglio la scena thrash metal americana possa dare in termini di modernizzazione del genere pur rispettandone i canoni. I nostri hanno un tecnica e intensità invidiabile con l’opener “Silhouettes”i nostri fanno già capire che loro non scherzano; batteria con doppia cassa lanciata a mille, chitarre che macinano riff su riff e una voce scartavetrante ,ti trascinano in un gorgo di violenza assoluta con anche la qualità sonora di soli di chitarra melodici, la titletrack sa colpire duro con parti in blast beat che s’intersecano perfettamente nel tessuto sonoro dei nostri, difficile resistere all’headbanging dopo appena due pezzi e che pezzi! “Remain violent ” è un mid tempo roccioso con cori d’assalto nel ritornello ,chitarre grattate a dovere e una rabbia trattenuta a stento; le chitarre di Becker e Carroll, conoscono bene la materia e duellano da par loro ;Chissà dal vivo che inferno sonoro! Ma non è finita qui perché i nostri deviano verso la maligna “Spectral asylum” un brano dove riffing malvagi scolpiscono un quadro thrash/death metal dove la batteria colpisce senza pietà con furiosi blast beats, per poi rallentare a metà del brano con intensità mai sopita e assoli melodici e graffianti.

Questo vuol dire l’evoluzione del thrash metal, estremizzarlo, fonderlo con generi più estremi, rendendolo unico; ma il bello deve ancora venire, perché in ultimo, ecco un brano lento, epico e ricco di atmosfera; il brano conclusivo “When the guns fell silent”,un brano ispirato al poema “The voice of the guns” di Gilbert Frankau; si parte con un tappeto arpeggiato acustico, mentre in lontananza si odono crepitii di proiettili e chitarre distorte,e una voce narrante introduce il brano possente, un mid tempo roccioso, ricco di pathos e chitarre che cesellano melodie malinconiche ,la voce è un grido disperato, il brano poi decolla sul finale con l’intensità di una granata a percussione, accellerando nella parte solistica, per poi rallentare nel finale, che scivola ancora in coda acustica. Un brano che potrebbe candidarsi come la “One” del nuovo millennio perché brani di questa caratura, certi ex quattro cavalieri, non sanno più scriverli; otto tracce ,per un viaggio intenso e selvaggio; per chi ama sonorità estreme, con un tessuto melodico, questo è un disco da avere, si riassume in un’unica parola: Thrash! sipario! 

Voto: 9/10  

Matteo ”Thrasher80” Mapelli

SVIET MARGOT - Glance to Infinity

Agoge
“La vita è fatta di luce e ombre, anche nei momenti più oscuri della nostra esistenza arriva il momento di sovvertire il tutto e riprendersi la luce che ci spetta, la vita è ricca di sorprese!”. E’ questo il tema fondamentale che con la parola “Fusione”, riassume interamente il lavoro della band romana Sviet Margot, che dopo tre anni di assenza dalle scene ci offre un lavoro memorabile e curato al dettaglio. Se nell’album precedente datato 2013, “Spiriti di luce”, l’elemento melodic era in vista qui nel disco “Glance to Infinity”, pubblicato nel maggio 2016, tutto si fa più rockeggiante e sperimentale, i testi molto più elaborati. Tutto mira a ricreare un’atmosfera parallela dedita al viaggio e alla ricerca di una dimensione parallela, i testi con le performance strumentali suggestive riescono a riprodurre il sound giusto per trasportare l’ascoltatore in questa dimensione artificiosa. 5 elementi compongono la line-up che in 13 tracce ci permette di spaziare tra diversi stili con un rock alternative di base, importante sottolineare che la vocalist Tiziana Giudici sfoggia a più riprese doti tecniche veramente eccezionali, ma questo non ci sorprende poiché dopo 8 anni di studio lirico da soprano leggero ha cantato ogni genere, dal jazz al gospel al rock alla musica sacra, un vero portento vocale. Anche il nome della band non mostra nulla di scontato, deriva dalla fusione della parola russa universo, quindi “Sviet” traslitterata dal cirillico e il mito della compagna sexy di Lupin, appunto Margot. La Agoge Records ha supportato il progetto che in più parti sembra ricollegarsi al rock anni 80, rimane un album indie pop/rock con suggestivi elementi jazz e inconfondibili tracce di new wave è comunque, facilmente riconducibile alla musica contemporanea. Le tracce sono raccolte in modo da ricreare parti intere nel disco che si ricollegano ad un genere preciso. Questa suddivisione e questo spaziare fra i generi rende l’album interessante e complesso e rende curioso l’ascoltatore nello scorrere le tracce. Merita di essere analizzato in ogni singola componente. La prima parte si apre con due brani dal sound accattivante, ballabile che subito cattura, una scelta mirata direi, “Gold Sparkles” ci dona una parte strumentale che primeggia rispetto a quella vocale, si mostra più all’altezza dell’atmosfera che ci vuole proporre, parte iniziale con chitarre e bassi in vista e sulla stessa scia viaggia “Simply Sunny Blue”, sicuramente più ritmata rispetto alla precedente, ritornello ad effetto e chitarra che lavora sapientemente, ricordiamo l’assenza quasi totale della vocalist in tutta la parte finale del brano. Tutto diventa più Hard Rock come un crescendo nell’esposizione delle canzoni, “Vodka ‘n’ Tequila”dove l’atmosfera si fa più pressante, i toni accompagnati dalle batterie in sottofondo si fanno più pesanti e meno spensierati.

Qui il mix tra la voce della Giudici, il basso di Galizi e la batteria di Moccia ci regalano una sublime esecuzione. Segue “Excite my Soul” in primo piano ci sono le tastiere, l’introduzione è soft solo in seguito arriva la parte cantata, bellissimo l’effetto della chitarra sottofondo con effetto ‘lontananza’, gli dona un tocco di particolarità. Il ritmo incalzante di “Start and Heartwind”ora pare rallentare lasciando spazio ad un sound molto più melanconico dove la voce ci si adatta perfettamente. Il tutto viene creato dal piano di Mazzei e dalle seconde voci; in “Empty Breath of Soul” vi è l’entrata in scena di un elemento importante, l’elettronica che ci permette di cambiare la trama melodica e creare nell’ascoltatore una sorta di senso di sospensione, fantastico! Con “Ash” sono due gli elementi portanti, l’accompagnante del piano ad una voce suggestiva e un suono soft di chitarra che ci riportano sulle onde della malinconia. Questo è forse il brano più bello del platter, sicuramente il più avvolgente. Si entra gradualmente nel cuore Indie del lavoro con “Rain and Clouds”, introduzione di chitarra e performance vocale che fa il grosso, presenti però anche le tastiere; riesce a ricreare l’effetto delle gocce di pioggia su un vetro di una giornata uggiosa. L’elettronica si ripresenta in “8Hours”, brano fantasioso che ripercorre il viaggio con l’aggiunta del piano nell’epilogo; ancora più Indie si presenta “Secret of life”, più morbida all’inizio ma con lo scorrere dei minuti il ritmo si fa più sostenuto con l’aiuto di una voce che da vita alla particolarissima alternanza tra acuti e falsetti. Come non essere travolti dal ritmo di “Twister from Reality”con sezione ritmica che svolge un lavoro eccezionale, arriva finalmente la faccia jazz del disco in “Shining Brain”ma persiste l’elemento Indie/Rock, che dire questa combinazione è fortemente stimata dalla sottoscritta, chiude la raccolta la Title Track che da più importanza al Rock creando un bellissimo giro di batteria e tastiere. Ottimo lavoro della band unica nota stonata è forse la voce della Giudici che se sembra adattarsi maggiormente nelle parti jazzistiche meno adatta appare nelle parti più propriamente rockeggianti, manca forse di graffiante incisività. Per la parte strumentale ed esecutiva nessun difetto evidente, non manca che divertirsi in un ascolto piacevole dell’album mitigato dall’elemento pop in vista. Buon Ascolto! 

 Voto: 7/10

Angelica Grippa

"Il Lupo del Rock" torna con "LAMPO GAMMA". E' uscito il nuovo album di Andrea Salini!

E' finalmente disponibile in versione fisica  il nuovo album di Andrea Salini, dal titolo "LAMPO GAMMA" edito da TICKET BUS EDIZIONI MUSICALI. Tutti i brani sono stati composti da Andrea Salini e Simone Gianlorenzi che si è occupato della produzione e degli arrangiamenti. Tutta la lavorazione dell'album è stata curata nei minimi dettagli. Hanno lavorato alla realizzazione dell'album, Fabrizio Simoncioni che ha eseguito il mixaggio (uno dei migliori ingegneri del suono al mondo, insignito con 57 dischi di platino e due nomination al Latin Grammy Awards , per i dischi che ha registrato e mixato). In Italia ha collaborato con i Negrita ed è stato ingegnere del suono e nonché tastierista di Ligabue, ed attualmente dei Litfiba. Lo studio Marcussen di Los Angeles (considerato il numero uno al mondo) ha eseguito il mastering (Marcussen in persona ha curato il lavoro). Con lo studio Marcussen collaborano ed hanno collaborato artisti del calibro di: Springsteen Aerosmith, Black Sabbath, Bon Jovi, Chris Cornell, Bruce Dickinson, Sammy Hagar, Kiss, Queensryche, Ozzy Osbourne e tanti altri ancora. "LAMPO GAMMA" sarà presentato ufficialmente a Rieti il 12 maggio con inizio alle ore 21.00 al Teatro "Flavio Vespasiano" (considerato uno dei più belli al mondo). L'ufficio stampa e la promozione sono stati affidati al Mazzarella Press Office.

Disponibile nel contempo anche il video del primo singolo estratto da "LAMPO GAMMA". Si tratta di "Strange Days", fruibile al seguente link:


.......Una notte polverosa chiama il giorno con la voce del tuono, il baleno del fulmine illumina il sogno...vertigine dell'anima. Ho lasciato i ricordi dietro di me come nuvole evaporate, guidato dall'unica luce chiara...la luna. Verso l'altrove, come una cometa, cerco le braccia del sole, da solo. ... Attraverso il blu lo spazio cosmico è solo una discesa verso casa....... Questo è LAMPO GAMMA....... (Andrea Salini)

Info: www.andreasalini.com - Facebook Pagina artista Andrea Salini -lampogammasalini@libero.it

giovedì 20 aprile 2017

MASTERCASTLE - Wine of Heaven

Scarlet
Grande ritorno per i Mastercastle, Pier Gonella e compagnia tornano con disco che conferma l’assoluta qualità del gruppo. Il metal proposto dai nostri è moderno, con qualche concessione hard, ma nella sostanza fa vedere che è possibile fare del buon heavy metal coi piedi ben piantati nel presente; l’opener “Drink of me” ci mostra un brano con riff compressi, tastiere ben presenti e tanta melodia, ma come sempre la carta che spariglia è la cantante Giorgia Gueglio, una cantante che è anima e cuore in una voce; sa interpretare con pathos i brani e con personalità a volte malinconica come “Space of variations” oppure nel brano “ Black tree’s heart”,la formazione è coesa e il buon Pier dosa a dovere la sua sei corde in riff spessi che si librano nei solos di squisita fattura, la titletrack è sublime sinfonia metal con un tocco trascinante nel ritornello.

Eenlightement”è un brano coinvolgente, sorretto da parti di tastiera e elettronica ,i riffs di chitarra fanno da base per la voce dalla bravissima Giorgia che dipinge melodie profonde, soprattutto un ritornello che sembra strappato all’aor più puro, davvero i ragazzi sono aria pura in un panorama musicale nostro fatta di presunti talenti buoni solo per l’avanspettacolo televisivo; bastano le note della strumentale “Castle in the sky” dove il buon axeman fa vedere la sua maestria e amore per certo metal neoclassico, una vena barocca intrisa di anima d’acciaio è intinta nelle note; la conclusiva “Making love” è il perfetto coronamento di un disco perfetto, dove melodia, pathos e metal trovano una sublimazione, il brano qui è una scossa hard n’ heavy e lo senti che i ragazzi qui si stanno divertendo, e ci comunicano questo senso di forza interiore e serenità. Un grande ritorno, grande musica, niente effetti speciali o alchimie, perché l’amore per la buona musica non chiede altro che dare buone vibrazioni e allora che aspettate? mano al portafogli e fate vostro questo gioiello: classe! 

Voto: 9/10 

Matteo”Thrasher80”Mapelli

CUT UP - Wherever They May Rot

Metal Blade
Dopo la fine dei Vomitory, Erik Rundkvist, prese i sodali Tobben e Anders, e diede vita o “morte” alla band dei Cut up ,dopo il buonissimo esordio “Forensic nightmares” tornano sul luogo del delitto con il secondo capitolo della nuova avventura, che non si discosta molto dalla precedente giunta a conclusione ;qui non troverete melodie facili, coretti per far piacere alle ragazzine teenager, ma tanto amore per il buon sano death metal svedese, solido come un cubo di granito! L’opener farà impazzire gli appassionati del genere (me compreso! ) “from Ear to ear, è uno schiacciasassi con chitarre zanzarose, tanta sana violenza e un vocione growl; la batteria è furiosa divisa tra blast beats e parti veloci di doppia cassa, assoli brevi con melodie malate fanno da corredo al tutto; il massacro continua con l’ottima “ Necrophagic madness”,perché qui si ha del puro death metal svedese di chiara matrice old school, i nostri sanno di conoscere bene la materia e ce la propongono a piene mani.

”Behead the dead” è pura manna per gli amanti del genere estremo, perché non ti molla tra blast beats furenti ,riffs che si contorcono e un doppio cantato scream/growl che ti scarnifica la pelle, ed un solos di pura marca heavy metal classico, breve ma intenso, perché la classe nel metal estremo non la si trova, ce la si ha nel dna. la titletrack è pura devozione al genere con batteria e chitarre a rotta di collo ,riff spezza ossa che grattano che è un piacere, una voglia sfrenata di headbanging, un up tempo assassino che è perizia tecnica e sul più bello rallenta e già mi vedo dei testoni on stage fare su e giù a tempo, goduria assoluta! per poi accellerare improvvisamente. La conclusiva “Raped by fate è potenza pura, un riff maligno s’inerpica su ritmiche asfissianti per poi esplodere in un brano in up tempo graffiante alternato a blast beats gustosi ed un assolo melodico di gran presa. Per chi ha fame di Entombed, Dismember ,Grave e la sana scuola svedese, un consiglio, prendetelo perché questo e sano massacro estremo nel nome del più puro death metal di marca scandinava! BUY!! 

Voto:8,5/10 

Matteo ”Thrasher80”Mapelli