Mazzarella Press Office

EMP 1

sabato 23 settembre 2017

ENSIFERUM - Two Paths

Metal Blade
Arrivano freschi freschi al settimo album gli ormai mitici finlandesi di ferro Ensiferum, che assieme ai connazionali Korpiklaani e agli svedesi Amon Amarth si fanno principali portavoce internazionali del Viking Metal, vale a dire quel genere tematico di metal che si rifà concettualmente alle epopee norrene e alla mitologia scandinava, miscelando arrangiamenti Folk ed accentuate atmosfere epiche sviluppate nel contesto del consueto linguaggio metal. Alcune persone considerano la musica degli Ensiferum come "death melodico", personalmente fin da quando li ascolto ho sempre fatto fatica ed accettare questa definizione. Trovo invece che la loro musica abbia dei fortissimi contatti con il Folk nordeuropeo quanto con il Power Metal, oltre che (limitatamente) con il Death ed il Black. "Two Paths" non fa né più né meno che confermare quanto le doti tecnico-compositive dei nostri siano state sviluppate e ben congeniate nel corso di tutti questi anni. La consueta ottima produzione mette in mostra tutti i migliori aspetti della musica della band. Ritmi variegati, una sezione ritmica coesa e portentosa che supporta al massimo ogni variazione di ritmo, cori battaglieri da brivido, serrate chitarre metalliche prodotte in maniera moderna, gradevoli armonie chitarristiche di sapore fortemente epic-folk, sempre più accentuate incursioni nel puro folk grazie a ben contestualizzati controcanti femminili, un uso della voce solista ricco di estreme ed apparentemente contrastanti sfumature (si passa infatti dal growl/scream estremo a delle belle melodie epiche cantate a volte da una voce solista maschile molto pulita, per non parlare poi dei cori battaglieri, da brivido) e la presenza, da un po' di tempo in qua, di una fisarmonicista in pianta stabile in formazione.

Il trio di canzoni che più scintilla incastonato all'interno di questa gemma di album è quello composto in sequenza dalla folkeggiante e melodica title-track (basata sulle sottolineature della fisarmonica, che crea un feeling davvero epico, contrariamente a quanto il metallaro più oltranzista possa pensare!), seguita dall'altrettanto ottima "King Of Storms", dove partiture chitarristiche da manuale del metal più puro si fondono con le tastiere ed il ritmo veloce e maledettamente battagliero, fino alla fantastica "Feast With Valkyries" molto teatrale e piena zeppa di sfumature, dove azzeccate vocals femminili, cori di guerrieri fomentati dalla battaglia e momenti strumentali folk in duetto accordion/chitarra (che bello, per un attimo mi hanno fatto ripensare ai mitici Skyclad) rimettono al mondo l'appassionato di Epic Metal che c'é in me. Ma tutto l'album è su livelli eccelsi. Apprezzo ad esempio la variazione sul tema "Hail To The Victor", basata tutta su ritmo cadenzato: niente da fare, gli Ensiferum sono riusciti alla grande a costruire anche su un ritmo del genere una delle loro Folk Metal songs in maniera ottimale. Potrei dire che questo è uno dei loro migliori dischi, assieme al mio preferito "Victory Songs"... ma non lo dico. Limitandomi invece a consigliare al potenziale fruitore di atmosfere Folk Metal l'acquisto di questo indubbiamente pregevole dischetto, come "anticamera" per l'acquisto graduale poi di tutta la loro discografia. Siete bravi Ensiferum. Ve lo meritate. 

Voto: 9/10 

Alessio Secondini Morelli

SATYRICON - Deep Calleth Upon Deep

Napalm
Le colonne norvegesi del metal estremo tornano con il nuovo disco in studio dopo aver pubblicato in modo extra il live con il coro dell’opera nazionale norvegese e l’edizione lusso del loro capolavoro Nemesis divina. Bisogna dire che i nostri ,nonostante il tonfo del precedente album, continuano sulla loro strada distaccandosi sempre di più dal black metal; l’opener è esplicativa in questo senso “Midnight serpent” ha blast beats, ma dei riffing che sono pesanti,quasi doom,ma l’unica concessione estrema è l’ugola del buon Sigurd “Satyr” Wongraven, mentre il suo compagno d’armi Frost usa varietà stilistiche ma sempre cadenzando il tempo ,in lontananza si sentono orchestrazioni, ma il risultato è pesante e non solo musicalmente. “Blood crack open the ground” riprende il feeling rock and roll; brano, lineare, riff semplici, qualche rullata e fiati in lontananza ma nulla di eclatante. “To your brethren in the dark” è pesante, dark, dall’animo gotico e decadente; un bel brano che svela un lato insolito dei nostri, davvero un gran bel brano.

La titletrack è lenta, un riffing dall’impatto hard con un mid tempo e, il nostro Satyr dalla timbrica scream scura e con qualche scoria black, ma sono solo rimasugli, il tiro è più virato verso l’hard rock che viene impreziosito da un coro femminile. “The ghost of Rome” è intrisa di una vena epica, quasi un brano heavy metal puro, se non fosse per le vocals del nostro. “Dissonant” riprende il tiro rock del brano con inserimenti di sax, acidissimo, ma il riff è un po' piattino; brano che avrebbe bisogno di maggiore dinamica, perché la parte terremotante del buon Frost fa il suo compitino, ma il brano è senza mordente. “Black wings and whitering room” è un brano che si potrebbe definire “estremo” per certe dinamiche dei nostri, blast beats, riffing di scuola black, e rallentamenti doom, ma manca qualcosina, tutto sommato un buon brano. L’ultima “Burial rite” è sempre condotta da riffing heavy, una marcia doomy nera, che spezza il ritmo con un mid tempo roccioso, una discreta conclusione. Un disco che ormai conferma che i nostri vanno dritti per la loro strada,i periodi black metal sono un lontano ricordo, ma qualcosa di buono c’è in questo disco, ma sarebbe da rivedere l’idea di fondo; un disco di transizione, discreto. 

Voto: 6,5/10  

Matteo ”Thrasher80” Mapelli

THE MAGNETICS - Jamaikan Ska

Get Up Music
La reale ascesa della musica popolare giamaicana coincide con quella della musica SKA o Bluebeat, negli anni ’60 che non a caso coincise con l’indipendenza della Jamaica dalla Gran Bretagna. Questo particolare genere mescola strumenti a fiato tipici del panorama jazzistico, quali tromba, sassofono e trombone con le strumentazioni elettriche, ma soprattutto si fa precursore di altri generi quali ROCKSTEADY e il REGGAE. Come in questi generi, l’elemento portante è un ritmo con accenti sul levare della battuta musicale, denominato “Offbeat”.L’Inghilterra negli ultimi anni ’70 le donò una connotazione non solo musicale ma anche culturale dando vita a “Rude boys, Skinheads e mods”. In Italia questo genere si intravede nella seconda metà degli anni ’80 in particolare in Lombardia e Piemonte, molto spesso contaminato dal punk; col tempo lo SKA ha visto un notevole regresso anche se la maggior parte dei musicisti legati a questa musica hanno operato nell’ombra. Parliamo di gruppi come I “Casino Royale”, gli “Statuto” i “Matrioska” e certamente i “Shandon”. Negli ultimi tempi soprattutto si è rivalutato lo Ska tradizionale giamaicano senza alcuna contaminazione, uno “Pure Style”. Oggi presentiamo e valorizziamo un progetto davvero ambizioso nato dalla passione comune per i ritmi Giamaicani di 4 musicisti, Mr.Olly e Mr.Massa degli “Shandon” con l’aggiunta di Mr.Jack Giacalone dei “The Soulrockets” e infine Mr.Dimitri Pugliese dei “The Raggavbes”. Nonostante la decadenza del genere questi quattro eccelsi musicisti si fanno carico di un progetto di rilancio di un genere eccelso qualitativamente parlando, proponendoci “The Magnetics” 12 brani tra inediti, rivisitazioni e uno sguardo importante all’aspetto puramente teatrale. Olly Riva, autore e produttore di origini bergamasche con questo disco cambia la sua musica facendo sfoggio di un’incredibile libertà compositiva, l’obiettivo del nuovo lavoro resta ritrovare il suono originario dello Ska proprio della Jamaica e della scena newyorkese degli ultimi anni. Analizziamo queste dodici perle capaci di scatenare un marasma di emozioni nell’ascoltatore, senza tralasciare l’aria tecnica attraversata da una notevole qualità. L’album si apre con energia all’insegna di “Baby Come on” dove risalta nell’immediato l’anima vintag,e adorabile e sofisticata del pezzo, voci che si adattano appieno alla richiesta musicale, estasi e gioia si intrecciano a meraviglia. La musica elaborata crea un tutt’uno che a sprazzi si avvicina alla produzione dei Beatles, evidente nel brano “Money Money”, ma quanto può essere coinvolgente e passionale “Cry to me” con una performance del vocalist che calza a pennello oltre a e quasi indistinguibili i tratti musicali: scorre come un fiume. Apparentemente differente è il sound di “Put your gun Down” suono più soffocato e tirato quasi teatralmente interpretato, una vena artistica magistrale che sottolinea la portata del lavoro, grande pregio anche negli intramezzi musicali. La cura dei dettagli lascia senza fiato, evidente anche “Hey Mary”, altro brano recitato alla grande e che mostra la parte emotiva ed innamorata, ma più di ogni altra cosa proprio per la musica. Movimento interessante per “Fix it”, il grosso lo fa la voce, perfetta direi nell’esprimere il contenuto e bella l’alternanza fra le parti ad una e poi a più voci che le dona un impatto rapido.

Di seguito “Dr Mertens” non esplora nè sperimenta ma completa un platter che già di per sé osa tanto, ritorna la musica appassionata in “Candy Man” senza mai rinunciare alla teatralità che pervade eccentrica e prepotente tutto il lavoro, immensa interpretazione delle parti aggiungerei, musica e voce. Una delle più movimentate “King Kong Girl” lascia il passo alla delicata “My oh My”, uno dei brani più amabili dove l’impronta del reggae si fa più decisa, l’ascolto scorre piacevole e il ritornello diviene trascendentale con lo scorrere dei minuti ci prende sempre di più, il mio preferito. Più soffuso è “Dark Shadow” almeno nell’introduzione poi lascia spazio al movimento che pervade l’intera opera. Si chiude il tutto con una rivisitazione di un mostro sacro del repertorio, Modugno con il suo brano più famoso, sappiamo quanto si rischia accostandosi a questi brani, rischiavano di scendere nel gia’ ascoltato o banale , e invece pone in primo pano un grande rispetto per l’originale senza tralasciare la matrice Ska che gli vuole donare, pezzo riuscito anche questo. L’album prima disponibile sulle bancarelle e poi pubblicato ufficialmente il 22 settembre è da acquistare non solo per gli amanti del genere ma per tutti coloro che vogliono esplorare un mondo musicale che agendo di nascosto non sacrifica nessuna qualità della musica elevata. Scorrere le tracce dona un piacere unico e il riascolto aggiunge elementi nuovi e ci convince che siamo dinanzi ad una vero capolavoro del panorama musicale italiano che si conserva come un tesoro prezioso. Cosa dire allora? Chapeau! Incantevoli musicisti! 

Voto: 10/10 

Angelica Grippa

DEAD LORD - In Ignorance We Trust

Century Media
Questo disco, che segna il ritorno degli svedesi dead lord, può essere benissimo adatto per essere la colonna sonora per un possibile road movie; perché, immaginatevi nel pieno deserto, con una macchina a tutta velocità; una bellezza femminile al vostro fianco e una bella scorta di birra e veniste inseguiti da qualcuno, non sarebbero i nostri una perfetta soundtrack? I nostri conoscono bene la quintessenza del rock; e questo ritorno lo dimostra appieno; l’opener “Ignorance” ci apre le porte di questo disco, un inno distorto al rock and roll, veloce, chitarre heavy ,batteria in up tempo; produzione calda e che mira a accentuare le caratteristiche del genere e voce maschia ,e tanta melodia, cori e un ritornello che dopo un paio di nanosecondi lo si canta ad alta voce, ingredienti semplici, ma di gran presa; un profumino di Thin Lizzy, sentitevi che assoli, tradizione hard e cuore. “Too late” è melodia hard con uno squarcio sulla N.w.o.b.h.m; brano grandioso nella sua semplicità, ma non è fatto così il buon rock and roll?

“Reruns” è stato scelto come singolo, ed è un brano che ha un profumino verso certe soluzioni del Blue oyster cult più melodici ma non privi di grinta, grande lavoro a livello delle chitarre nelle armonizzazioni ed un chorus che ti si stampa in testa. “leave me be” è un grande brano, denso, lento e pieno di pathos bluesy; il singer ha un timbro melodico ed espressivo; un taglio zeppeliniano nei suoni di chitarra, un profumo seventies aleggia ed è gradevolissimo. “The glitch” ci narra con un mid tempo roccioso le disavventure di questa creatura con melodie oysteriane. “Kill them all” è puro hard con sprazzi metal classico, un torrente elettrico con un chorus che rapisce, ottime chitarre e batteria che rulla e colpisce con dinamismo e sono convinto che il solos vi spingerà a battere il piede a tempo. “Never die” è un brano anche questo dai sapori caldi e potenti ma ricchi di melodia; un brano lento e avvolgente ma che sul finale scalda i motori e parte con una cavalcata elettrica emozionante. “Part of me” è un lento blues amaro; una ballata acustica, sofferta, malinconica; dettata da un cantato sofferente ricco di melodia malinconica e un’armonica dolente. “Darker times” si pigia l’acceleratore, un brano veloce, potente cromato d’acciaio fuso; ritornello ficcante e ad alto grado rock and roll, grande brano. I nostri svedesi non inventano nulla e non è loro intenzione farlo, loro hanno come obbiettivo divertire; con tanto buon caldo rock and roll, come fare a non divertirsi? perciò prendete il vinile dei nostri, stappate una birra e corna al cielo! 

Voto: 8/10  

Matteo ”Thrasher80”Mapelli

STEELHEART - Through Worlds Of Stardust

Frontiers
Nel 2017, gli Steelheart (ovvero Miljenko Matijevic e un pugno di suoi validi sodali) sono tornati esibendosi dal vivo al prestigioso Frontiers Rock Festival., Con uno show che personalmente mi ha deluso parecchio per via di un sound troppo potente direi quasi trash metal ben lontano da quel piacevole hard blues ala Firehouse che pure io ho apprezzato dalle note dei loro primi due album di qualche decennio fa.Ora,hanno pure pubblicato un'album nuovo di zecca dal titolo “Through Worlds of Stardust”. Si tratta di un disco con due anime ben distinte che si alternano e abbracciano.Si parte con un sound prettamente “alternative” (con diverse influenze metal) nei primi brani, per poi passare per le classiche ballate da lacrime sfornando così un lavoro che nel suo complesso ha come suo pregio principale quello di è senza dubbio quello di unire, oltre che attitudini quasi opposte, anche un sound moderno con influenze rock puramente anni '80. Merito di ciò è il songwriting senza alcuna incertezza di Matijevic: il cantante non è certo un novellino e dopo decenni di musica ad alti livelli conosce bene le diverse combinazioni per catturare il pubblico e tenere alta l'attenzione per l'intera durata dell'album. Lodevole è anche la sua prestazione vocale, attraverso la quale interpreta alla perfezione ogni pezzo, viaggiando con disinvoltura tra acuti, vocalizzi graffianti e melodie dolci.

Ad aprire il lavoro sono le chitarre urlanti di "Stream Line Savings" che progredisce su una sezione ritmica nervosa e poco uniforme, in grado di colpire nel segno fin da subito. Dai toni alti è anche "My Dirty Girl", introdotta da un riff adrenalinico e costruita su strofe sostenute e cariche di tensione. Si continua a fare sul serio anche con "Come Inside", basata su un fantastico giro di basso distorto e con fortissime influenze alternative, mentre "My Word" è un riassunto di quanto ascoltato finora, completata da un magnifico ritornello. Dopo quattro pezzi in cui vengono mostrati maggiormente i muscoli, viene presentata una serie di ballate che spezzano bene il ritmo e riescono a trasmettere la giusta dolcezza. Tra tutte è impossibile non segnalare "You Got Me Twisted", in cui il piano viene alternati agli acuti di Matijevic e "Lips Of Rain", nella quale gli angoli vengono ulteriormente arrotondati e si lascia spazio alla vera e propria melodia. Tra le restanti tracce, a farsi notare maggiormente è "My Freedom", soprattutto per la splendida performance vocale. In conclusione,che dire,Le due metà dei “nuovi” Steelheart collidono all’interno di un ritorno discografico, che rispolvera con gusto un moniker che da troppo tempo mancava sulle nostre scene. Certo, per farsi realmente piacere questo disco occorre un po’ più di elasticità mentale rispetto, ed esempio, all’ascolto di un nuovo album dei Tyketto o dei Tesla, per citare due realtà hard rock ancora attive e feritli di nuove composizioni. Infatti in Through Worlds of Stardust l’alternative e il metal sono sempre lì, sulla porta, pronti a permeare le note rock di queste dieci canzoni. 

Voto: 7,5 

Bob Preda

giovedì 21 settembre 2017

KEE OF HEARTS - Kee of Hearts

Frontiers
I Kee of Hearts sono una novità assoluta ed esordiscono ora con questo album composto di 11 tracce. La band è costruita su un binomio di grande prestigio: Tommy Heart, singer dei grandi Fair Warning e Kee Marcello, che non ha bisogno di presentazioni, essendo stato chitarrista dei platinati Europe. Intorno a questo binomio, si sono coagulati gli arrivi di Ken Sandin (ex-Alien) al basso e del drummer italiano, Marco Di Salvia (Pino Scotto), così la band ha cominciato i lavori per la composizione e registrazione del debutto nella seconda parte del 2016. Il songwriting è stato completato e rifinito insieme ad Alessandro Del Vecchio che ha prodotto il disco e suonato le tastiere, lui che ormai può vantare numerose e prestigiose collaborazioni, Revolution Saints, Hardline, tra le tante.

L’ascolto di melodie spensierate e gioiose, caratteristica base delle ottime “Mama Don’t Cry”, “S.O.S.” (ottimo testo “green”), “Invincibile” e “Twist of Fate”, rende questa nuova uscita sicuramente preziosa. La qualità, infine, di “Edge of Paradise”e della conclusiva – “survivoriana” – “Learn to Love Again”, ne esaltano in via definitiva il valore, ponendo in risalto come la versatilità vocale di Tommy Heart sia da sempre inequivocabile ed il notevole buon gusto esecutivo di Kee Marcello, un aspetto talora persino sottovalutato. A mio avviso questo loro debutto riesce a inserirsi a pieno merito nel novero delle migliori ultime uscite in ambito AOR, sotto l'ala protettrice della Frontiers: un album ben suonato e ben prodotto, con più di uno spunto degno di nota che ci auguriamo favorisca, sia su disco che sul palco, la carriera di un genio delle sei corde come Kee Marcello. Consigliato a tutti i fan nostalgici, sebbene i Kee of Hearts non siano soltanto uno sguardo al passato, motivo per cui non dubitiamo che ne sentiremo parlare ancora a lungo nei prossimi anni. 

Voto: 9/10 

Bob Preda

CREMATORY - Live Insurrection

SPV
Quando i tedeschi Crematory decidono di pubblicare un nuovo lavoro dal vivo, lo fanno sempre nel migliore dei modi. La qualità sempre alta a cui ormai ci hanno abituato non sconvolge ormai nessuno, anzi aumenta semmai il loro grande seguito. Un successo che li accompagna da più di venticinque anni. Live che appunto celebra il quarto di secolo, di un onorata carriera, sempre all’insegna del gothic metal di classe, roccioso ed elegante al tempo stesso. Una band già grande in studio, ma che nei live show dà il meglio, rispecchiando in modo totale quale sia la loro dimensione di appartenenza. I brani si susseguono in modo equilibrato, facendo rientrare anche le ultime produzioni come loro cavalli di battaglia. Questo a dimostrazione dell’ottima validità della proposta musicale che da anni accompagna i Crematory.

Possiamo ascoltare le splendide versioni di Misunderstood, Fly, le sempre stupende Greed e Tick Tack. Senza dimenticare ad esempio Haus Mit Garten, oppure Ravens Calling, The Fallen, Shadowmaker. Praticamente da vivere dall’inizio alla fine, con tutto ciò che viene proposto, senza stare lì a fare differenze tra vecchie e nuove canzoni. Da non tralasciare che questo disco esce anche in versione Dvd, il che rende il tutto ancora più ghiotto. Ormai una costante della band stessa quella di pubblicare anche il formato video insieme ai normali cd audio delle proprie esibizioni. Probabilmente una delle poche band gothic metal nel vero senso della parola rimaste intatte nella propria integrità musicale e artistica. Lodevole anche il lavoro di missaggio, produzione, molto accurati e senza troppe sovra incisioni. Lavoro onesto che farà trascorrere un bel po’ di tempo in compagnia di una validissima band. Anche se in giro da tanti anni, hanno ancora molto da dire soprattutto dal punto di vista live. 

Voto: 7,5/10

Sandro Lo Castro

LEPROUS - Malina

Inside Out
Ad oggi Malina è il quinto album dei Norvegesi Leprous. All’inizio del mese di settembre questo lavoro raggiunse alcuni e ottimi piazzamenti nelle classifiche di vendita di mezza Europa come: Germania 34#, Finlandia 23#, Uk Rock Album 19#, tanto per citarne alcune. Entrato anche nella famosa e ormai inflazionata Billboard negli USA addirittura al 21#. Per alcuni una sorta di successo già annunciato, data l’alta qualità delle composizioni. L’album si apre con una introspettiva e intima Boneville, dalle tinte quasi Jazz, con un pizzico di psichedelica da contorno. Generalmente i brani si presentano comunque come un rock leggero, soft se vogliamo, ma non per questo non incisivo, sia chiaro. Hanno una grande personalità come mostrano ad esempio nella seconda Stuck, seguita a ruota dalla ritmata From The Flame.

Ottima anche Captive, che a sua volta cattura l’ascoltatore grazie ad un ritmo quasi forsennato della batteria in alcuni momenti, brano validissimo, infarcito anche da un chorus di cui sarà difficile sbarazzarsi totalmente. Il viaggio che hanno preparato questi norvegesi è un qualcosa di particolare, che rischia di lasciare il segno. Abbiamo detto però rischia…, quindi non è sicuro che succeda. Questo perché fondamentalmente i brani si sono accessibili, orecchiabili, prodotti magistralmente e suonati da professionisti di prim’ordine, però fondamentalmente durante l’ascolto c’è qualcosa che non riesce a trascinare in modo completo. I brani iniziali facevano sembrare questo disco qualcosa di impressionante, forse complice il fatto di vederlo anche quasi in cima alle classifiche o semplicemente chi sta scrivendo non è molto predisposto a questo genere di suoni prodotti in questa occasione. Liberando la mente da qualsiasi preconcetto, non si può non ammettere che comunque si tratti di un ottimo lavoro, anche se ad un certo punto il tutto si ferma, non riuscendo più a capire se si tratta di un capolavoro o di un semplice rock album ordinario. Qualche altro brano da segnalare c’è come Malina, Coma forse il più vicino a qualcosa di metal per via dei tempi di chitarra e batteria, tanto di complimenti alle vocals, molto evocative. Ma oltre non si riesce proprio ad andare, lavoro ambiguo. 

Voto: 6,5/10

Sandro Lo Castro

TREAT - The Road More Or Less Traveled (Captured Live Milano 2016)

Frontiers
Tempo di celebrazioni per i Treat. Al giro di boa dei 32 anni di carriera (il primo disco della band uscì nel 1985), gli svedesi scelgono di dare alle stampe il loro primo live album. Registrato lo scorso 23 aprile durante il Frontiers Rock Festival, “The Road More or Less Traveled – Live in Milano” è un album (anche in DVD per gli interessati) che ripercorre la carriera di una band che ha scelto di rimettersi in gioco dopo anni di silenzio. Ghost of Graceland (che era, al momento dell’esibizione, il disco da promuovere) la fa, ovviamente, da padrone. Ecco scorrere qui, infatti, Ghost Of Graceland(midtempo cadenzato, solenne e melodico con voce, tastiere e chitarre sugli scudi),Better The Devil You Know (più veloce con bel giro di basso pulsante e ficcanti chitarre divise tra riff e assoli, nonché un organo dall'aria vintage), Non Stop Madness (più energica e vivace pure se pervasa da tanta accattivante melodia) Endangered (un melodic hard rock d'alta scuola).Sempre dal più recente platter in studio è tratta la deliziosa Do Your Own Stunts, che è, di contro, uno slow ma non troppo dalla armonie del ritornello squisita e molto acchiappanti. Anche We Own The Night, canzone questa volta tratta da Coup De Grace, è unasemiballad dalla melodia altamente cantabile e gustosa. Grande risalto, dunque, è dato da queste parti anche ai brani dello splendido album del 2010, da Roar, dinamica e grintosa e con melodie lanciate a vele spiegate, a Papertiger, carica di riff di cromate tastiere e laccate chitarre.

E, ancora, non manca Skies Of Mongolia, meravigliosamente epica e melodica e contrassegnata dai riff solenni e magici dei tasti d’avorio (suonate da Jona Tee dei conterranei H.E.A.T.). Per quanto riguarda i lavori del passato, a parte il gran finale di World Of Promises (da Dreamhunter), evocativa e solare un po’ sulla scia degli Europe, la scena è tutta per Organized Crime. Dal long-playing del 1989 sono riproposte, difatti, Get You On The Run, ballad ancora una volta patinata tra Europe e AOR a stelle e strisce, Conspiracy, rockeggiante e tipicamente scandi-rock, Gimme One More Night e Ready For The Taking, risolute, nervose e iniettate di esemplare spavalderia ottantiana. The Road More Or Less Traveled, come ci aspettava, conferma le doti di forza e intensa capacità melodica dalle tinte tipicamente nordeuropee dei Treat, e il fascino del loro sound caratterizzato da chitarre e tastiere patinate. Le loro impeccabili esecuzioni live evidenziano pari dignità tra vecchi e nuovi brani (più epici e melodici gli ultimi, più hard ed ammiccanti i primi), e si fanno perdonare la mancanza di scelte dal disco dei Treat preferito dal vostro recensore, The Pleasure Principle. 

Voto: 8/10 

Bob Preda

NIBIRU - Qaal Babalon

Argonauta
Due anni separano questo nuovo album in studio, Qaal Babalon, dei Nibiru dal precedente Padmalotus uscito nel 2015. Durante l’attesa tra i due lavori si sono susseguiti un ep nel 2016, Teloch e il Roadburn Documentary del 2017. La band italiana nel frattempo è cresciuta in modo considerevole, divenendo ormai una consolidata realtà internazionale della scena underground. La sempre attenta e grande Argonauta Records, definisce il genere proposto dalla band come Ritual Doom Sludge e non possiamo che esserne d’accordo. Questo disco presenta quattro brani per quasi un ora di musica ritualistica. Un viaggio particolarmente profondo, dannatamente oscuro e disturbante. Atmosfere funeree, catacombali il cui sentore di morte si può avvertire fin dall’iniziale Oroch, che con i suoi quasi venti minuti di durata, mette seriamente alla prova chi decide di inoltrarsi dentro questo allucinante viaggio preparato alla perfezione da questa destabilizzante band.

Ritmi plumbei, a tratti anche furiosi fanno di questa prima traccia un lungo e ritualistico inno alla sofferenza e al soffocamento dell’anima. Continuando imperterriti e quasi impauriti da tanta,lenta violenza, troviamo Faboan, il brano meno psichedelico e più metal, rispetto agli altri. Una traccia malata, marcia e mentalmente squilibrante. Un'altra traccia di cui “aver paura” è sicuramente la terza e micidiale Bahal Gah, qui la parte psichedelica è predominante. Sedici minuti di puro terrore e sofferenza sonora. Si va a chiudere questo lavoro con l’ultima Oxex, dove gli ultimi undici minuti sono come un viaggio di sola andata verso l’inferno, da cui non si potrà più fare ritorno. Segnaliamo inoltre l’utilizzo della lingua italiana, da puro brivido. Raramente si trovano album del genere, che lasciano un senso di panico e ansia dopo l’ascolto. Brividi che scendono lungo tutta la schiena rimangono per ore. Il bello di questo lavoro è che risulta molto affascinante, stupendamente pauroso, in altre parole unico. 

Voto: 10/10

Sandro Lo Castro